
di Michele Interrante – Redattore capo ilPopolo.net
A Cuba la libertà è ancora un miraggio. Il 26 luglio si avvicina, data simbolica che richiama l’assalto alla caserma Moncada del 1953, l’evento che diede inizio alla rivoluzione cubana. Ma a 71 anni di distanza da quella notte, il popolo cubano non festeggia la rivoluzione: chiede verità, giustizia, pane e libertà.
Il sogno si è capovolto.
Quello che fu un grido contro la dittatura di Batista è oggi diventato il ricordo amaro di un nuovo autoritarismo. Il regime attuale continua a reprimere ogni voce dissidente. Attivisti incarcerati, giornalisti indipendenti ridotti al silenzio, giovani costretti all’esilio, famiglie ridotte alla fame da un sistema economico fallito. Il popolo cubano non è più disposto a tacere.
Un popolo coraggioso che non si arrende.
C’è un fermento nuovo tra le strade dell’Avana e nei cuori di chi è in esilio. Donne, studenti, artisti, professionisti: tutti invocano la fine del regime monopartitico, chiedendo elezioni libere, pluralismo e una Costituzione degna di una nazione moderna. Vogliono scuole vere, libertà religiosa, possibilità di lavorare e vivere senza paura. Vogliono respirare.
Non possiamo voltare lo sguardo.
L’indifferenza internazionale è complice. La comunità europea, le Nazioni Unite, le democrazie occidentali devono rompere il silenzio. Come ha giustamente affermato Lorenzo Cesa – Segretario Nazionale dell’UDC – il 26 luglio non può essere una ricorrenza di facciata: deve diventare una scadenza di mobilitazione politica, civile e morale. È tempo di esercitare una pressione internazionale vera, concreta, non retorica.
La Democrazia Cristiana è, e sarà sempre, dalla parte dei popoli oppressi.
La nostra storia lo dimostra: abbiamo sempre lottato per la libertà, per il rispetto della persona, per la dignità della vita umana. Oggi, come ieri, vogliamo ribadire un concetto semplice ma forte: la libertà non può essere concessa a tempo, né limitata per ragioni ideologiche. O è per tutti, o non è.
Cuba merita di scegliere il proprio destino.
Chi in queste ore protesta, firma petizioni, rischia il carcere o l’esilio, non è un nemico dello Stato. È la voce più autentica del popolo cubano. E noi, in Europa, non possiamo lasciarla sola. Che senso ha parlare di diritti umani nei convegni se poi ignoriamo le grida vere che arrivano da un’isola ancora prigioniera?
Noi diciamo: Cuba libre, sul serio. Con coraggio, con umanità, con ononestà.
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