
Di Michele Interrante
1. Ferite ancora aperte
Nel 2024 il pianeta ha contato 49 conflitti armati in corso e 239 000 morti legati alla violenza: il dato peggiore degli ultimi sette anni . Dalla guerra Russia-Ucraina alla tragedia in Sudan, passando per Gaza, Myanmar e le tensioni tra India e Pakistan, i focolai di violenza continuano a moltiplicarsi, alimentati da rivalità geopolitiche, traffici d’armi e narrazioni di odio. Ogni governo che investe in nuovi ordigni si illude di rafforzarsi; in realtà firma l’atto di bancarotta morale di un’intera generazione.
2. La conta delle vittime
Oltre 123 milioni di persone vivono oggi lontano da casa perché costrette dalla guerra, dalla persecuzione o dal collasso climatico . È la popolazione di due Italie. Nei campi profughi il futuro si riduce a sopravvivere fino a domani. A El-Fasher, Nord-Darfur, i civili domandano corridoi umanitari mentre piovono proiettili e fame . E quando l’UNHCR denuncia 129,9 milioni di persone bisognose di protezione, non sta presentando statistiche: sta urlando il fallimento della nostra coscienza collettiva
3. “War is a defeat for humanity”
Papa Francesco lo ripeteva con forza: «La guerra è una sconfitta dell’umanità e un inganno» . Uomini e donne d’ogni fede possono sottoscriverlo perché la violenza non è mai neutrale: lacera la dignità, divora risorse, condanna i bambini all’odio. Accettarla come “male necessario” significa abdicare al primo diritto umano: il diritto alla pace.
4. Il diritto alla pace è un dovere
Nel 2024 l’Assemblea Generale ONU ha riaffermato che la pace giusta è la sola via d’uscita dalla spirale di violenza mediorientale . Ma le risoluzioni, senza volontà politica, restano carta. Ecco perché parlare di “diritto alla pace” non basta: spetta a ogni Stato trasformarlo in dovere giuridico e bilancio concreto. Per l’Italia – e per l’Europa – ciò significa:
rafforzare la diplomazia preventiva e tagliare l’export di armi verso aree in conflitto;
difendere i canali umanitari, ampliando i corridoi per rifugiati e migranti;
allineare la cooperazione allo sviluppo con l’Accordo di Parigi, perché clima e guerra sono gemelli siamesi.
5. Cooperare per vivere, non per vincere
La competizione strategica non deve impedire alle potenze di cooperare su clima, cibo e salute. Il “modello a somma zero” è un’illusione: lo dimostra la catena globale dei prezzi, destabilizzata da missili e sanzioni. Chi difende la propria sovranità a colpi di droni, finisce per svendere la propria economia al mercato nero della violenza.
6. Solidarietà oltre i confini
In Toscana – come a Livorno, città di porto e di popoli – migliaia di volontari mostrano che l’unica arma efficace è la solidarietà radicata nel quotidiano. Accogliere uno studente ucraino, sostenere una famiglia sudanese, aprire un corridoio umanitario per i palestinesi feriti significa spostare l’ago della bilancia più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
7. Dove iniziare
Diplomazia locale: gemellaggi tra città in pace e città in guerra, per scambi culturali e cure sanitarie.
Finanza etica: disinvestire dai fondi che alimentano l’industria bellica e reinvestire in ricerca medica e tecnologie verdi.
Educazione al disarmo: portare la cultura della non-violenza nelle scuole, con laboratori che smontino la retorica del nemico.
La pace non è un sentimento da condividere a capodanno; è un dovere operativo, quotidiano, da sostenere con scelte concrete: diplomazia, cooperazione, welfare globale. Finché un solo bambino dormirà al suono delle bombe, l’umanità intera avrà perso. Sta a noi invertire la rotta, oggi.
