
By Michele Interrante, Redattore Toscana
Un commento sulla recente sentenza della Corte Costituzionale che fa discutere ma mette al centro il bene del minore
In Italia, il diritto spesso arriva dopo la realtà. Ma, ogni tanto, riesce anche a riconoscerla. È il caso della sentenza della Corte Costituzionale depositata il 21 maggio, che ha dichiarato illegittimo il divieto per la madre intenzionale – nelle coppie omogenitoriali – di riconoscere come proprio il figlio nato da procreazione medicalmente assistita (PMA) praticata all’estero.
Una questione sollevata dal Tribunale di Lucca, che parte da una situazione concreta e fin troppo frequente: un bambino nasce in Italia da due donne che hanno scelto, insieme, di diventare madri. La legge, fino a ieri, ne riconosceva solo una: la madre biologica. L’altra, pur avendo partecipato alla scelta e alla responsabilità di quel gesto d’amore, restava giuridicamente un’estranea.
La Corte ha detto basta. Lo ha fatto in nome di ciò che dovrebbe sempre essere al centro di ogni decisione pubblica: il bene del bambino. Non si tratta, come qualcuno proverà a dire, di aprire scorciatoie ideologiche. Si tratta piuttosto di riconoscere che ogni figlio ha diritto a un’identità certa, a legami giuridici solidi e, soprattutto, all’amore e alla cura di chi ha scelto di essere genitore, con consapevolezza e responsabilità.
La Consulta ha giudicato incostituzionale l’articolo 8 della legge 40 del 2004, nella parte in cui esclude questo riconoscimento. Secondo i giudici, negare al minore il diritto di essere figlio – fin dalla nascita – di entrambe le madri viola i suoi diritti fondamentali: l’identità personale (art. 2), l’uguaglianza (art. 3), e la protezione familiare (art. 30).
Sono parole che pesano. Che richiamano non solo la lettera, ma lo spirito della Costituzione: quello di una Repubblica fondata sulla dignità della persona e sul dovere della solidarietà familiare. Che si tratti di madre e padre, o di due madri, quello che conta – dice la Corte – è l’assunzione comune di un progetto di vita e di responsabilità verso una nuova esistenza. E questo impegno non può essere cancellato da un cavillo normativo.
È una sentenza che fa discutere, e che interroga profondamente il mondo politico, civile e culturale. Non c’è bisogno di slogan, ma di un confronto serio, maturo, umano. Non possiamo restare indietro nel garantire a ogni bambino, a prescindere dal contesto in cui nasce, una piena tutela dei suoi diritti.
Non si tratta di riscrivere la natura delle cose, ma di rispettare la verità delle relazioni. E di farlo con rispetto per le persone, per la vita che nasce, e per la responsabilità che essa comporta. La Corte, con questa sentenza, non ha legittimato un modello, ma ha riaffermato un principio: ogni figlio merita di essere riconosciuto, amato, protetto. Non da uno, ma da entrambi i genitori che lo hanno voluto.
Questo è, oggi, il vero cuore della questione. Ed è da qui che una società giusta e umana deve ripartire.
