
DI DONATO GALLINA
Hai acquistato di recente uno smartphone, una chiavetta USB o un hard disk esterno? Si stima che oltre l’80% della popolazione Italiana ignori questa tassa, ma una parte del prezzo che hai pagato è finita nelle casse delle società di gestione dei diritti d’autore. Si tratta del cosiddetto compenso per copia privata, un contributo economico previsto dalla legge italiana a tutela degli autori di opere creative. Ma Cos’è il compenso per copia privata? Introdotto in Italia con la legge sul diritto d’autore (Legge n. 633 del 1941, art. 71-septies), il compenso per copia privata è una somma che viene applicata su dispositivi elettronici e supporti di memorizzazione – come smartphone, tablet, computer, CD, DVD, chiavette USB e hard disk – che consentono di riprodurre contenuti protetti da copyright per uso personale. Lo scopo? Indennizzare autori, artisti e produttori per le copie private delle loro opere (film, musica, libri, ecc.) che gli utenti possono effettuare legalmente, senza chiedere il permesso.
Formalmente, a pagare sono i produttori o importatori dei dispositivi, ma di fatto il costo viene trasferito ai consumatori finali. L’importo varia in base al tipo di dispositivo: ad esempio, per uno smartphone si può arrivare fino a 5,20 euro, per un hard disk esterno fino a 12 euro, secondo le ultime tabelle stabilite dal Ministero della Cultura.
Il compenso viene raccolto da SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) e poi ripartito tra autori, editori, produttori, artisti interpreti ed esecutori, in base a criteri stabiliti per legge. Ogni anno si parla di decine di milioni di euro distribuiti a vario titolo. Nel 2024, ad esempio, sono stati raccolti oltre 90 milioni di euro, di cui una parte destinata anche a fondo per attività culturali e promozione della creatività giovanile. Nonostante le buone intenzioni, il sistema è spesso criticato. Le associazioni dei consumatori e alcuni esponenti dell’industria tecnologica denunciano il rischio di un “doppio pagamento”: perché gli utenti già pagano per accedere ai contenuti (abbonamenti a piattaforme streaming, acquisti digitali, ecc.), eppure versano comunque il compenso anche se non effettuano copie private. Inoltre, viene evidenziata la scarsa trasparenza nella gestione e distribuzione dei fondi, con richieste di riforma del sistema e maggiore controllo pubblico.
Nel contesto attuale dominato da contenuti in streaming, cloud e licenze digitali, molti si chiedono se il compenso per copia privata abbia ancora senso. Tuttavia, la legge resta in vigore, e finché sarà così, ogni nuovo dispositivo che può contenere contenuti multimediali continuerà a contribuire al fondo. Per gli utenti, è una voce di costo quasi invisibile, ma per il settore creativo rappresenta ancora una fonte importante di sostegno economico ma poco conosciuta dai consumatori/paganti.
D.G.
