La caduta della storica Torre dei Conti a Roma non è solo un evento architettonico, ma un segno che parla all’uomo contemporaneo della precarietà della gloria terrena e della necessità della conversione interiore a Dio onnipotente.
di Camarri Cesare.
Quando cade una torre, non crollano solo pietre: cade anche un’idea di stabilità, di potere, di eternità che l’uomo si illude di costruire.
La recente caduta della Torre dei Conti, uno dei simboli più antichi di Roma medievale, eretta nel 1238 da Annibaldo dei Conti di Segni, è più che un fatto di cronaca: è un segnale che richiama l’uomo a riflettere sul limite e sulla caducità di ogni opera umana.
Le torri, nella storia, rappresentano l’orgoglio e la grandezza, ma anche l’ambizione di “toccare il cielo”, come nella Torre di Babele. Eppure, ogni volta che una torre cade, l’uomo è costretto a interrogarsi sul senso del suo costruire.
Nel Vangelo di Luca (13, 4-5), Gesù cita un episodio, forse dimenticato:
“O quei diciotto sopra i quali cadde la torre di Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.”
Gesù rifiuta l’idea di un Dio vendicativo che punisce i peccatori con disastri, ma invita a leggere la caduta come un segno, un appello alla conversione.
Ogni crollo, ogni rovina, è un messaggio che attraversa i secoli: non c’è pietra che resti in piedi se manca il fondamento spirituale. E’ su di esso che bisogna edificare la nostra vita. Le pietre che cadono ci ricordano che solo “la casa fondata sulla roccia” (Matteo 7, 24) resiste alle tempeste della storia. La roccia, appunto, ovvero la fede nella parola del Vangelo.
Dalla pietra che crolla al monito evangelico: la fragilità umana di fronte al tempo, alla storia e a Dio.
La Torre dei Conti, un tempo possente e orgogliosa, è ora un rudere che parla di vanità, ma anche di memoria. Come la Torre di Siloe (o Siloam), essa diventa una parabola visibile della condizione umana: grandezza e fragilità intrecciate.
Forse, davanti alle sue rovine, dovremmo ascoltare lo stesso ammonimento evangelico: convertirsi non significa soltanto cambiare condotta, ma ritrovare un centro, un fondamento che non crolla: Dio onnipotente.
In un mondo che continua a costruire torri di potere, denaro e orgoglio, la caduta di una torre, antica o moderna che sia, resta un invito silenzioso ma urgente: ritornare a ciò che resta in eterno: Dio nostro creatore.
Prof. Camarri Cesare.
