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Di Michele Interrante
Martedì 24 giugno, al molo 56 del porto di Livorno, attraccherà la Solidaire, nave ong battente bandiera argentina, con a bordo 48 persone tratte in salvo nel Mediterraneo. È una delle tante navi umanitarie che, nel silenzio assordante della politica e nell’indifferenza mediatica crescente, continua a testimoniare un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: salvare vite non è un crimine, è un dovere morale.

I numeri parlano chiaro: 48 esseri umani, di cui 13 minori non accompagnati. Eritrei, etiopi, sudanesi. Volti segnati dal deserto, dal mare e spesso da violenze indicibili. Non sono “flussi”, “emergenze”, o “problemi da risolvere”. Sono persone. Alcuni hanno meno di 15 anni e sono già stati costretti a diventare adulti. Alcune sono donne, sopravvissute a viaggi impossibili. Tutti hanno affrontato l’ignoto con una speranza: vivere.
La macchina organizzativa è scattata lunedì 23 giugno con una riunione in prefettura. I minori maschi saranno inseriti in un progetto ministeriale, mentre le ragazze verranno affidate ai servizi sociali locali. Gli adulti, invece, verranno trasferiti nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) nelle Marche.
Tutto appare ordinato, protocollato, incasellato. Ma la vera domanda è un’altra: che Paese vogliamo essere?
Vogliamo davvero diventare spettatori impassibili di una tragedia continua? O abbiamo il coraggio di riconoscere nell’altro un volto, una storia, un diritto alla dignità?
Livorno, città portuale e da sempre crocevia di popoli e culture, ha una responsabilità in più. Qui si tocca con mano la frontiera della coscienza civile. Qui si può ancora scegliere se accogliere con umanità o respingere con freddezza burocratica.
Accogliere non significa ignorare le difficoltà reali che vivono le nostre comunità locali. Significa però non rinunciare a quei valori che fondano la nostra civiltà: solidarietà, rispetto, fratellanza. È legittimo discutere su numeri, costi, politiche. Ma è disumano trasformare i naufraghi in argomenti da talk show o in fantasmi da scaricare altrove.
Le donne e gli uomini a bordo della Solidaire non sono un’emergenza. Sono la prova che esiste ancora chi, a rischio della propria sicurezza, sceglie di restare umano. Di fronte a questo, il minimo che possiamo fare è smettere di voltare lo sguardo.
Siamo ancora in tempo per cambiare rotta. Ma bisogna volerlo.
E bisogna farlo ora.
