
Hanno iniziato con le accise sui carburanti, poi le tasse sulla plastica, ora arrivano a colpire anche lo zucchero. Il Partito Democratico rilancia con una proposta di legge che prevede l’introduzione di una “sugar tax”, colpendo bibite, dolci e tutto ciò che contiene anche solo una minima percentuale di zucchero.
La scusa è sempre la stessa: “è per la salute dei cittadini”. Ma ormai non ci casca più nessuno. È solo l’ennesimo tentativo, ben camuffato, di fare cassa sulla pelle delle famiglie italiane, dei piccoli imprenditori, dei pasticceri, dei fornai e di chi cerca di tenere in piedi una tradizione alimentare secolare con passione e sacrifici.
Parliamoci chiaro: se lo Stato si preoccupa tanto della nostra salute, cominci col garantire una sanità pubblica funzionante, accessibile e umana. Cominci col sostenere l’educazione alimentare nelle scuole, promuovere lo sport, aiutare chi vive nell’indigenza a mangiare meglio. Ma tassare il cibo, e in particolare quello che fa parte della nostra cultura gastronomica, è solo una furbata per continuare a rubare soldi dalle tasche degli italiani.
Mentre le famiglie fanno i conti con il carrello della spesa che diventa sempre più caro, mentre i giovani faticano a trovare un lavoro stabile e dignitoso, e mentre le imprese arrancano sotto il peso della burocrazia e della pressione fiscale, c’è chi ha il coraggio di proporre l’ennesima tassa. Sullo zucchero.
Come se il problema dell’Italia fossero i biscotti della nonna o le torte artigianali, e non gli sprechi pubblici, gli stipendi d’oro di certi manager, o le mega consulenze nei palazzi della politica.
Siamo davanti a una visione distorta, quasi ideologica: niente alcol, niente zucchero, niente carne, niente grassi, niente uova. Ma via libera agli insetti. Una deriva grottesca che vorrebbe trasformare il nostro stile di vita in qualcosa di standardizzato, artificiale, lontano anni luce dalle nostre tradizioni e dal nostro buon senso.
Il PD, con questa proposta, si trasforma ufficialmente nel partito delle tasse. Un partito che parla di diritti, ma colpisce i più deboli; che si riempie la bocca di futuro, ma guarda ai bilanci come un ragioniere in crisi d’identità; che predica inclusione, ma non ascolta il grido di chi fatica ad arrivare a fine mese.
Noi diciamo basta. Serve una politica che abbia il coraggio di tagliare gli sprechi, non di inventare nuove gabelle. Una politica che metta al centro la persona, la famiglia, il lavoro, non i bilanci costruiti sulla pelle dei cittadini.
Occorre un’altra visione. Con il cuore della Toscana, per la Toscana. E con la schiena dritta, contro ogni abuso di potere fiscale mascherato da “attenzione alla salute”
