La morte naturale, nella prospettiva cristiana, non è la chiusura della vita,ma la soglia dell’incontro con Cristo.
Quando l’ultimo respiro diventa un’occasione perduta.
di Camarri Cesare.
La vicenda delle sorelle Kessler — Alice ed Ellen, icone televisive internazionali — continua a far discutere. Il loro suicidio assistito, avvenuto il 17 novembre 2025 in Germania, ha acceso un dibattito che coinvolge medici, giuristi, psicologi, bioeticisti, legislatori e opinionisti di ogni corrente.
Eppure, tra le molte analisi, manca quasi sempre la voce che un quotidiano come Il Popolo non può permettersi di trascurare: la voce di Dio, come emerge dalla Bibbia e dal Vangelo.
Non la voce dei moralisti, non quella degli ideologi: la parola rivelata, capace di illuminare ciò che la tecnica non vede.
L’atto e la persona: la distinzione che il cristianesimo non può ignorare.
La dottrina cristiana non ha zone grigie sul suicidio assistito: toglie deliberatamente la vita e, per questo, non è moralmente lecito. Detto questo, il cristianesimo fa qualcosa che nessun’altra visione etica fa con altrettanta radicalità: distingue l’atto dalla persona. Chi compie un gesto estremo, soprattutto in un contesto di sofferenza o paura, non è mai identificato con quell’atto. La responsabilità interiore può essere diminuita da condizioni psicologiche, fisiche, spirituali. Il cuore lo conosce solo Dio.
Il “grande dimenticato”: gli ultimi istanti della vita.
C’è però un aspetto che merita una riflessione più profonda, e che raramente compare nei commenti laici:
la dimensione spirituale degli ultimi istanti. Il Vangelo ci regala un episodio che non può essere archiviato come “solo simbolico”: la conversione del buon ladrone. Un uomo che ha sbagliato tutto, un criminale condannato, che pochi secondi prima di morire si apre a Cristo e pronuncia:
“Gesù, ricordati di me.” (Lc 23,42). E Gesù gli risponde: “Oggi sarai con me nel Paradiso.” (Lc 23,43).
Quell’“oggi” è uno dei momenti più sconvolgenti del cristianesimo: in un solo istante finale, un uomo cambia il suo destino eterno. È la prova che la grazia opera in modo particolare nell’ultimo tratto della vita, quando ogni maschera cade, quando il cuore è nudo davanti a Dio.
Anticipare volontariamente la morte spezza il tempo finale.
E qui emerge la domanda spirituale che nessuno osa porre, ma che un cristiano deve affrontare: cosa rischiamo quando anticipiamo la morte? Non solo sul piano morale, ma su quello spirituale. Perché nella fede cristiana: gli ultimi momenti sono un appuntamento con Dio, un’ora di verità, un tempo in cui la grazia agisce con forza particolare e un’occasione irripetibile per riconciliarsi, perdonare, lasciarsi amare.
Il suicidio assistito nasce da una visione ridotta dell’uomo. Il Vangelo ricorda che ogni vita, anche ferita, custodisce un mistero spirituale che non va anticipato né interrotto.
Il rischio non è la “punizione”. Il rischio è perdere il tempo del “buon ladrone”. Il tempo in cui l’uomo vede davvero il termine della sua vita e la consegna a Dio. E’ il momento determinante più di ogni altro. Il Vangelo del “buon ladrone” resta attuale e prezioso anche oggi. Gli Ultimi istanti della vita possono essere il momento più importante di tutti e nessuno può prevedere cosa Dio può fare in quel breve intenso preziosissimo tempo.
L’ultimo respiro non è solo la fine, è un inizio.
La morte naturale, nella prospettiva cristiana, non è la chiusura della vita, ma la soglia dell’incontro con Cristo. Per questo la Chiesa difende il valore di ogni istante, anche quando è segnato da debolezza o sofferenza: proprio lì, dove l’uomo non ha più forze, la grazia può agire liberamente.
Il gesto delle sorelle Kessler ripropone un tema essenziale: per il cristiano, l’ultimo istante è il tempo in cui la misericordia di Dio può compiersi in modo decisivo, come accadde sul Golgota.
Prof. Camarri Cesare.
