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di Michele Interrante
Nel tardo pomeriggio del 10 agosto il Cortile del Podestà ha fatto da cornice alla presentazione del drappellone (il “cencio”) che sarà assegnato alla contrada vincitrice della Carriera del 16 agosto. L’opera, realizzata dal pittore Francesco De Grandi, è stata illustrata alla città davanti a istituzioni, critici e pubblico.
A prima vista il cencio colpisce per la solennità della figura centrale: la Madonna dell’Assunta domina la composizione mentre, più sotto, si dispongono gli stemmi e i richiami alle dieci contrade che correranno in Piazza. È un drappellone pensato per la città – sacro e civico insieme, che lega iconografia religiosa e segni di appartenenza collettiva. 
L’artista ha detto di aver voluto fare «un ‘cencio’ per la gente», parlando dell’emozione provata durante la consegna dell’opera: una dichiarazione che suona come promessa di prossimità e di condivisione, non solo come firma d’autore. La presentazione è stata curata e commentata anche dalla critica Helga Marsala, che ha guidato il pubblico nell’interpretazione simbolica dell’opera.
La reazione della piazza non si è fatta attendere: un applauso caloroso ha confermato che il Palio resta, oltre alla competizione e alla festa, un rito collettivo che tiene insieme memoria, devozione e identità civica. In questo senso il drappellone non è un mero premio estetico: finirà, infatti, nel museo della contrada che vincerà, diventando pezzo di una storia condivisa e visitabile.
Analisi critica: arte contemporanea e tradizione popolare
Il gesto di affidare a un artista contemporaneo la pittura del cencio è, da anni, pratica consolidata: ogni opera è una scommessa sul dialogo tra linguaggio personale e memoria collettiva. De Grandi sceglie un registro visivo che richiama archetipi della grande pittura sacra ma li rilegge con sensibilità contemporanea. Il risultato è rispettoso: non scardina la liturgia iconografica, ma la riequilibra con segni di cittadinanza (gli stemmi delle contrade, i dettagli di vita popolare), trasformando il cencio in un ponte tra storia e presente.
Questo è il punto cruciale: quando l’arte dialoga con la tradizione popolare deve farlo per accrescere senso comune, non per sostituirlo con messaggi criptici o gratuiti. Un drappellone dev’essere comprensibile alla gente di contrada come al turista curioso; la scelta di De Grandi sembra andare in questa direzione, puntando all’emozione prima che al virtuosismo fine a se stesso.
Alcuni interrogativi che restano
Non possiamo però limitarci agli applausi. Ci sono questioni che la città e gli organizzatori del Palio devono affrontare con chiarezza: la tutela della dimensione popolare contro il rischio di eccessiva spettacolarizzazione commerciale; il rispetto delle regole e della sicurezza nelle corse; la conservazione del patrimonio materiale (come i drappelloni) e immateriale (i riti, le musiche, i linguaggi delle contrade). Il cencio è simbolo: se lo proteggiamo e lo spieghiamo bene, diventa occasione di unità civica;
se lo trasformiamo in mera immagine-promozionale, perdiamo la sua sostanza. (Osservazione di merito,non una contestazione a De Grandi né all’amministrazione: il tema è strutturale.)
Un invito alla responsabilità civile
La bellezza del Palio non sta solo nell’emozione febbrile della corsa, ma nella capacità di generare cura verso la città. Se il cencio entra nei musei di contrada e nelle case di chi lo guarda, la responsabilità è di tutti: amministratori, artisti, contradaioli e cittadini. Amare la tradizione significa anche saperla interrogare, renderla accessibile alle nuove generazioni e proteggerne l’autenticità dalle derive del facile consumo.
Il drappellone di Francesco De Grandi è un buon punto di partenza per ragionare sul Palio come bene collettivo: una tela che parla di fede, di appartenenza, di memoria e che può — se custodita con serietà — continuare a essere scuola civica per Siena tutta. L’augurio è che il 16 agosto, oltre all’adrenalina della Carriera, la città sappia trovare un momento di riflessione sul valore profondo di ciò che celebra.
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