By Michele Interrante
In un Paese che si rispetti, il lavoro non è solo una voce nelle statistiche o una promessa da campagna elettorale. Il lavoro è dignità, famiglia, futuro. È il primo dovere dello Stato garantire a ogni cittadino l’opportunità di un lavoro giusto, sicuro e ben retribuito.
Livorno e la Toscana non fanno eccezione. Anzi, qui la crisi occupazionale ha assunto forme particolarmente gravi. Secondo gli ultimi dati ISTAT, in provincia di Livorno il tasso di disoccupazione giovanile supera il 27%, mentre interi comparti storici – come quello industriale, portuale e artigianale – soffrono per mancanza di investimenti e per una concorrenza globale spesso sleale. Nella sola area portuale, si sono persi centinaia di posti di lavoro negli ultimi dieci anni. Eppure, proprio il porto potrebbe essere un volano per tutta la Toscana costiera, se solo si avesse il coraggio di rilanciare davvero le infrastrutture e le filiere produttive locali.
Lo Stato deve tornare a fare il suo mestiere: non assistenzialismo, ma promozione attiva del lavoro. Serve una formazione professionale radicata nel territorio, costruita insieme alle imprese e ai sindacati, che prepari i nostri giovani ai mestieri di oggi e di domani: dalla cantieristica alla logistica, dall’agricoltura sostenibile alla transizione energetica.
Bisogna sostenere l’imprenditoria diffusa, quella che nasce nelle botteghe, nelle campagne, nei laboratori artigiani e nelle piccole aziende familiari. La Toscana è sempre stata terra di creatività, di manifattura, di lavoro ben fatto. Ma troppe imprese chiudono schiacciate da tasse, burocrazia e mancanza di credito. Occorrono incentivi semplici, diretti e giusti per chi crea occupazione stabile.
E poi va difeso il lavoro esistente, tutelando i settori strategici locali: dalla nautica al tessile, dalla meccanica al turismo. Le delocalizzazioni selvagge e gli appalti al massimo ribasso stanno svuotando i nostri distretti e desertificando interi territori.
Come diceva Alcide De Gasperi: “La democrazia si costruisce ogni giorno nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, dove si afferma la dignità dell’uomo che lavora.”
Noi crediamo in questo: in una Toscana che non lascia indietro nessuno, dove il lavoro non è una corsa solitaria, ma un bene comune da proteggere e rilanciare.
Ecco perché oggi voglio rivolgermi a voi, cittadini toscani, cittadini livornesi:
Non rassegniamoci al precariato, alla fuga dei giovani, alla desertificazione dei nostri quartieri e delle nostre campagne. Facciamo sentire la nostra voce. Pretendiamo che il lavoro torni al centro delle scelte politiche, economiche e morali. Perché solo restituendo valore al lavoro, potremo restituire fiducia alla politica e speranza al nostro futuro.
La Democrazia Cristiana Toscana c’è, con il cuore e con la testa. Ma questa battaglia, come tutte le cose che contano, si vince insieme.
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