
La favola dei due papà e la favola che ci raccontano
Di Michele Interrante
In questi giorni si è tornati a parlare del fumetto “Perché hai due papà”, distribuito nelle scuole primarie della provincia di Asti. Una storia illustrata che presenta ai bambini il tema dell’omogenitorialità, dell’utero in affitto e delle cosiddette “nuove famiglie”. Una vicenda che, più che aprire un confronto, impone una visione del mondo a bambini in età ancora fragile, in un contesto – quello scolastico – che dovrebbe formare, non sperimentare.
Il messaggio, travestito da favola, è chiaro: quello che fino a pochi anni fa veniva considerato un modello alternativo, oggi deve essere ritenuto “normale”. Non più una realtà da conoscere, ma da accettare come unica via moderna e civile. E chi non si adegua è etichettato come “retrivo”, “bigotto”, o peggio ancora.
La famiglia tradizionale non è un’opinione
La famiglia, quella composta da un padre e una madre, non è un’opzione tra le tante: è la base concreta, culturale e antropologica della nostra società. È sancita dalla Costituzione italiana e riconosciuta dalla nostra storia millenaria come il primo nucleo fondante della convivenza civile. Non è una costruzione ideologica, ma una realtà naturale e sociale. Alterarne il significato, relativizzarla, metterla sullo stesso piano di modelli artificiali significa scardinare ciò su cui si fonda l’identità del nostro Paese.
Scuola: autonomia non è arbitrio
Che una scuola possa decidere, senza coinvolgere i genitori, di introdurre tematiche così delicate con bambini di sette, otto anni, è grave. La scuola non è un laboratorio di ingegneria sociale. È un luogo di istruzione, non di rieducazione ideologica. E non può invadere la sfera educativa che appartiene primariamente alla famiglia. I genitori non sono spettatori passivi, ma i primi e principali responsabili dell’educazione dei propri figli.
La tanto citata “educazione civica” non può trasformarsi in una forma mascherata di imposizione culturale, dove si promuovono modelli di comportamento che spesso risultano distanti, se non apertamente in contrasto, con i valori morali e religiosi della maggioranza delle famiglie italiane.
La scuola ha ben altri problemi
Prima di improvvisarsi educatrice sentimentale o paladina di nuove identità, la scuola farebbe bene a occuparsi dei suoi compiti reali: garantire ambienti sicuri, classi non sovraffollate, programmi didattici aggiornati, meritocratici e concreti. Troppe scuole oggi sono inadeguate, mal gestite, scollegate dal mondo del lavoro e incapaci di coltivare talenti e vocazioni. I ragazzi non hanno bisogno di essere messi di fronte a scelte esistenziali a 9 anni, ma di essere sostenuti nel pensiero critico, nella cultura, nella responsabilità.
Dove ci porta tutto questo?
Se la famiglia naturale viene ridotta a una delle tante possibilità, se i figli diventano oggetti di desideri adulti e strumenti ideologici, se l’educazione diventa indottrinamento, allora si sta operando una lenta ma sistematica erosione della nostra civiltà. Una società senza radici, senza verità condivise e senza un orizzonte educativo chiaro è destinata a disgregarsi. E questa è una responsabilità che nessun insegnante, dirigente o amministrazione potrà scrollarsi di dosso.
Ripartire dal rispetto, non dall’imposizione
Il rispetto della persona non si ottiene cancellando la verità, ma riconoscendola. La diversità esiste e va trattata con umanità e delicatezza. Ma l’uguaglianza non può essere confusa con l’indifferenziazione. La scuola torni a fare il suo mestiere. E lo Stato torni a proteggere la famiglia, quella vera: padre, madre e figli. Da lì si riparte per ricostruire un’Italia che educa, non che confonde.
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