
di Michele Interrante
C’è una storia che sta facendo il giro delle conversazioni più attente, ed è una storia semplice, ma profondamente rivelatrice.
Un amico affitta una villa sulla Costiera Amalfitana a turisti benestanti. Durante la scorsa stagione, ospita una coppia altolocata, entrambi dirigenti nel mondo del Big Tech. Persone che dalla tecnologia traggono guadagni milionari.
Il dettaglio curioso — e sconvolgente — è che i loro figli non usano alcun dispositivo elettronico. Niente smartphone, niente tablet, niente social. Solo libri, giochi manuali, conversazioni vere. Alla domanda, spontanea, del padrone di casa su questa scelta apparentemente contraddittoria, la risposta è stata secca:
> “I nostri figli devono annoiarsi. Devono leggere, usare le mani, parlare. Quella tecnologia è per i poveri.”
Una frase che gela. Una verità cruda, rivelata senza vergogna.
Un lusso chiamato “disconnessione”
Ciò che un tempo sembrava libertà — l’accesso illimitato a internet, alle app, ai social — oggi è diventato una forma moderna di dipendenza educativa. E mentre i figli delle élite globali vengono protetti da tutto questo, a milioni di ragazzi viene consegnato uno smartphone come surrogato di attenzione, istruzione e crescita.
Ci avevano detto che la tecnologia avrebbe democratizzato il sapere. Ma se guardiamo bene, accade il contrario: chi può scegliere, sceglie di farne a meno.
Siamo di fronte a una nuova disuguaglianza culturale, più sottile e meno visibile di quella economica. Una generazione intera sta crescendo distratta, manipolabile, sola, perché “educata” da uno schermo. E, soprattutto, perché qualcuno ha deciso che questo va bene per gli altri, non per i propri figli.
Come il cibo spazzatura
Gli smartphone, ormai, sono l’equivalente del junk food: colorati, comodi, disponibili ovunque e capaci di creare dipendenza. Ma svuotano la mente e il cuore, proprio come il fast food svuota la salute. E proprio come accade con l’alimentazione, anche qui la consapevolezza è diventata un lusso riservato a chi può permettersi di scegliere.
I bambini delle periferie, quelli delle famiglie in difficoltà, vengono lasciati davanti agli schermi come soluzione temporanea — che diventa definitiva. Nelle case dove si lotta ogni giorno per arrivare a fine mese, lo smartphone non è più un regalo, ma una stampella, spesso l’unica forma di compagnia.
Una compagnia silenziosa, che spegne lo spirito e chiude al mondo reale.
Cosa fare?
Serve un nuovo sguardo educativo, umano e politico. Serve il coraggio di dire che la tecnologia va insegnata, non subita. Che ogni bambino ha diritto a crescere con la noia, con la creatività, con il silenzio, con il contatto umano.
Non si tratta di demonizzare gli strumenti digitali, ma di rimetterli al loro posto: mezzi, non fini. Servi, non padroni.
Come Cristiani Democratici, crediamo in un modello di società dove l’educazione non è abbandono, ma cura. Dove la tecnologia non è una prigione, ma una possibilità ben governata. Dove il tempo dei nostri figli vale più di una connessione veloce.
Per questo Applaudiamo ogni iniziativa che promuove una cultura del discernimento, come il progetto TeleRagione su Byoblu: un luogo dove si riflette, si ascolta, si costruisce una narrazione diversa, libera e coraggiosa.
È tempo di restituire dignità al pensiero critico, alla relazione, alla crescita vera. Perché il futuro non si costruisce con notifiche, ma con responsabilità.

1 commento
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