
Di Gallina Donato
Negli ultimi anni il bullismo ha assunto nuove forme e dimensioni: tradizionalmente manifestato attraverso intimidazioni, offese, isolamento o aggressioni fisiche tra coetanei, oggi il fenomeno si è evoluto in cyberbullismo, ossia attacchi tramite messaggi, immagini o video offensivi diffusi in contesti digitali. Questa forma, spesso ripetuta e devastante per la vittima, può circolare 24 ore su 24, rendendo quasi impossibile fuggire dalla violenza. È importante sottolineare che, sebbene il bullismo sia perlopiù associato agli adolescenti, i recenti casi di cronaca dimostrano che possono esserne responsabili anche adulti, con dinamiche talvolta ancora più inquietanti: aggressioni da parte di genitori, compagni, o addirittura insegnanti verso studenti, rompendo ogni normale confine di tutela e autorità.
Un episodio emblematico è quello avvenuto la scorsa primavera a Roma, dove gli studenti di un liceo hanno indetto uno sciopero e un presidio contro un insegnante che, a loro dire, bullizzava gli studenti, in particolare studentesse definendole “anoressiche”, “grasse” o “poco di buono”. Questo caso evidenzia chiaramente che il bullismo, in alcune situazioni, non solo può provenire da figure di autorità, ma può diventare un problema istituzionale quando viene ignorato dalla dirigenza scolastica.
Secondo i dati Istat 2023, circa 2 adolescenti su 3 dichiarano di aver subito episodi di bullismo o cyber bullismo. Le vittime sviluppano spesso ansia, depressione, disturbi alimentari o difficoltà relazionali. Il senso di impotenza e vergogna può portare a una forma di autoisolamento e, nei casi più gravi, a ideazioni suicidarie. Il danno psicologico, soprattutto se avviene in età evolutiva, può lasciare segni profondi e duraturi. Ma quali sono le radici sociologiche del fenomeno?
Dal punto di vista sociologico, il bullismo nasce spesso in contesti dove vi è una carenza educativa, assenza di regole chiare e modelli di riferimento negativi. L’aggressività può diventare una forma di linguaggio appreso e interiorizzato. Il gruppo dei pari, a sua volta, tende a rafforzare questi comportamenti, attraverso dinamiche di complicità o omertà. La scuola dovrebbe agire come spazio di contrasto e prevenzione, ma spesso manca di strumenti, risorse o volontà di intervento tempestivo.
Il passaggio dal bullismo fisico al cyberbullismo ha amplificato le conseguenze del fenomeno. I social media e le app di messaggistica permettono agli aggressori di diffondere contenuti offensivi in tempo reale e a un pubblico molto più ampio. Inoltre, l’anonimato digitale può abbassare il livello di inibizione e aumentare la violenza verbale. Le vittime si ritrovano spesso sole, temendo ripercussioni se denunciano, e impotenti di fronte a una realtà che si muove più velocemente delle istituzioni. Negli ultimi anni sono state adottate misure legislative per contrastare il fenomeno: la Legge 71/2017 ha introdotto in Italia il reato di cyberbullismo, mentre recenti provvedimenti del Ministero dell’Istruzione prevedono sanzioni più severe e formazione obbligatoria per i docenti. Tuttavia, le norme da sole non bastano: come sempre per arginare un fenomeno di tale portata, serve una rete educativa condivisa tra scuola, famiglia e servizi territoriali. Il bullismo non è solo una devianza individuale, ma un indicatore sociale di disconnessione, mancato ascolto e assenza di responsabilità collettiva. Chi guarda e tace è parte del problema quanto chi agisce. E’ bene ricordare che il male può essere compiuto da persone comuni, incapaci di pensare criticamente, e che non serve necessariamente una mente diabolica per generare conseguenze devastanti.
Ecco perché non bastano campagne o sanzioni, serve il coraggio di parlare, di educare al dissenso consapevole, di costruire spazi di parola autentici dove il dolore non venga ridicolizzato ma riconosciuto.
Hannah Arendt scriveva: “Il male non è mai radicale, ma solo estremo, e non possiede né profondità né dimensione demoniaca. Può invadere e devastare il mondo intero proprio perché si espande come un fungo sulla superficie. Il male sfida il pensiero perché il pensiero cerca di raggiungere una profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui si occupa del male si trova frustrato perché non trova nulla.”
Ogni silenzio rotto in tempo è un dolore in meno da portarsi dentro a vita.
G.D.
