
Di Gallina Donato
Il gioco d’azzardo rappresenta in Italia un fenomeno economico e sociale imponente: secondo i dati ufficiali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nel 2022 gli taliani hanno speso oltre 20 miliardi [ndr] di euro in gioco d’azzardo.
In questa classifica, il Lazio si colloca alla terza posizione per puntate subito dopo Lombardia e Campania.
Roma e provincia sono tra le aree più coinvolte, si concentrano sale scommesse, sale VLT e corner di gioco che attirano ogni giorno migliaia di utenti. Il dato più inquietante, però, è quello relativo alle persone in cura per gioco patologico: oltre 750 pazienti seguiti nei Servizi per le Dipendenze (SerD), secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Regionale Dipendenze della Regione Lazio e riportati dal Dipartimento Politiche Antidroga nel 2023. Questi dati rendono evidente la diffusione del fenomeno e l’urgenza di affrontarlo come una questione di salute pubblica. Tuttavia, un numero ben lontano dal rappresentare la reale entità del problema, molti casi, infatti, restano sommersi, nascosti tra le mura domestiche o celati dietro silenzi carichi di vergogna.
Cos’è la ludopatia secondo il DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) DSM-5-TR classifica la ludopatia come “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, inserendola nel capitolo delle dipendenze comportamentali, riflettendo l’evidenza che i comportamenti legati al gioco d’azzardo riescono ad attivare sistemi di ricompensa simili a quelli attivati dalle sostanze di abuso e producono alcuni sintomi comportamentali che sembrano comparabili a quelli prodotti dai disturbi da uso di sostanze. Non si tratta di un semplice vizio dunque, ma di una vera e propria condizione clinica, riconosciuta dalla comunità scientifica, che presenta caratteristiche ben definite. Tra i principali segnali d’allarme ci sono:
- la necessità di aumentare sempre più le puntate per provare eccitazione;
- l’irritabilità o ansia quando si tenta di ridurre o interrompere il gioco;
- la menzogna verso familiari o amici per nascondere il problema;
- il ricorso al gioco per sfuggire a emozioni negative come stress, solitudine o frustrazione;
- il tentativo di “rincorrere” le perdite, continuando a giocare per recuperare quanto perso.
Il disturbo si manifesta quando almeno quattro di questi comportamenti si verificano nell’arco di un anno. In base alla loro intensità e frequenza, la condizione può essere classificata come lieve, moderata o grave. Dal punto di vista psicologico, la ludopatia nasce spesso da una combinazione di fattori: vulnerabilità individuali (impulsività, bassa autostima, ricerca di gratificazione immediata), esperienze traumatiche, difficoltà familiari e, non meno importante, la pressione di un contesto socioeconomico che propone il gioco come via di fuga o riscatto. La pubblicità aggressiva, l’accessibilità capillare al gioco fisico, la facilità di accesso ai giochi online (bonus aggressivi, notifiche push, gamification, anonimato, depositi minimi) aumentano l’esposizione a rischio per soggetti predisposti. L’illusione che si possano ottenere guadagni facili, l’illusione di controllo, la gratificazione immediata e il miraggio di una vincita veloce costituiscono fattori che sfruttano vulnerabilità neuropsicologiche (dopamina, rinforzo intermittente), fattori che, unitamente all’assenza di educazione finanziaria, rendono il fenomeno ancora più insidioso soprattutto tra i giovani adulti e le fasce economicamente fragili.
Le conseguenze e il costo umano La dipendenza da gioco non solo svuota i conti correnti, ma mina profondamente le relazioni affettive, la salute mentale e la dignità personale. In molti casi porta a indebitamenti cronici, perdita del lavoro, isolamento sociale e, in situazioni estreme, al suicidio. Le testimonianze raccolte nei gruppi di auto-aiuto e nei forum online parlano di vite spezzate, famiglie lacerate e una solitudine che diventa gabbia.
Negli ultimi anni la Regione Lazio ha cercato di arginare il problema con misure legislative, come la legge regionale n. 5/2013 e il marchio “Slot Free-RL” per i locali che rinunciano all’installazione di apparecchi da gioco.
Parallelamente, crescono le iniziative di sensibilizzazione nelle scuole, le campagne informative e i servizi offerti dai SerD e da centri specializzati. Ma è fondamentale un cambio di paradigma culturale: smettere di considerare il gioco patologico come una colpa individuale e riconoscerlo come un problema sanitario e sociale complesso, che richiede risposte integrate. Raccontare la ludopatia significa dare voce a una sofferenza spesso invisibile, ma drammaticamente reale. Serve un’alleanza tra istituzioni, operatori sanitari, educatori, media e cittadinanza per contrastare un fenomeno che, se ignorato, continuerà a mietere vittime.
Rafforzare la normativa regionale e garantire applicazione rigorosa delle distanze dai luoghi sensibili. Investire in campagne di prevenzione orientate ai giovani. Potenziare la rete dei SerD e centri locali, promuovendo percorsi accessibili e seguiti da professionisti. Andare oltre l’esclusione: educazione finanziaria, supporto alla famiglia, monitoraggio dei profili vulnerabili.
Perché, come dimostrano i volti e le storie che emergono dal Lazio, dietro ogni giocatore compulsivo c’è una persona che ha bisogno di aiuto, non di giudizio.
G.D.
