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Il 4 agosto 2025, in occasione del concerto a pagamento di Manu Chao in piazza del Luogo Pio, il Comune di Livorno ha emanato un’ordinanza (n. 5735 del 21 luglio 2025) che stabilisce il divieto di transito pedonale in piazza e vie limitrofe dalle ore 16 alle 01 del giorno successivo. Accesso consentito solo a possessori di biglietto, residenti autorizzati, e operatori della ristorazione .
Questo provvedimento presenta più di una gravità: non si tratta di motivi di pubblica sicurezza, ma di una limitazione parziale al diritto di circolazione, motivata da ragioni commerciali legate alla vendita dei biglietti, in uno spazio urbano per definizione aperto a tutti. L’azione istituzionale assume, così, toni simili a una privatizzazione momentanea del bene pubblico.
L’ordinanza è formalmente legittima: l’amministrazione può disporre chiusure temporanee per eventi. Tuttavia, il motivo – garantire che solo i paganti possano attraversare una piazza – solleva dubbi sull’appropriatezza della scelta. In assenza di rischi reali e documentati, questa misura appare sproporzionata e legittimata da finalità commerciali, non da interesse pubblico.
Questa norma calpesta il senso stesso dello spazio urbano. Una piazza è luogo di inclusione democratica, non di esclusione commerciale. Trasformarla, anche solo per poche ore, in un recinto riservato ai paganti significa rinunciare a visione civica: si nega a chiunque – cittadini, artisti di strada, semplici passanti – la possibilità di attraversare, respirare, vivere uno spazio comune.
Non è forse un paradosso proporre un artista simbolo dei diritti umani, come Manu Chao, e poi applicare misure che limitano il pubblico nella piazza stessa?
Quale definizione?
Questa scelta si può definire d’esclusione commerciale dello spazio pubblico temporaneo. Sebbene legale, è discutibile sul piano etico e civico. Se esistessero norme interne o statuti locali che impongano trasparenza e neutralità degli spazi urbani, si potrebbe parlare di conflitto di interessi tra pubblico e privato, o addirittura di uso improprio dello spazio pubblico in favore di uno sponsor/evento.
Un’amministrazione illuminata avrebbe potuto garantire l’ingresso libero, offrendo zone ad accesso riservato (come davanti al palco), ma mantenendo la piazza parzialmente aperta ai passanti, spettatori o meno. In questo modo, si concilia cultura, libertà e utilizzo commerciale, senza trasformare la città in un corridoio a pagamento.
La scelta del Comune appare legittima nei suoi strumenti, ma profondamente discutibile nei suoi valori. Privatizzare temporaneamente una piazza compromette i principi basilari di accessibilità e vita urbana, rendendo l’evento meno inclusivo, meno umano. Si tratta di un campanello d’allarme: quando lo spazio pubblico diventa merce, l’essenza stessa della città rischia di scomparire.
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