
Mentre i popoli dormono, l’Europa si prepara alla guerra
Di Michele Interrante
L’Unione Europea, secondo un recente rapporto del Financial Times, sta costituendo scorte strategiche di minerali rari, cibo, medicinali e persino combustibile nucleare. Bruxelles chiama tutto questo “prevenzione” contro futuri conflitti e attacchi ibridi. Ma la domanda cruciale è: chi ha deciso tutto questo? E a nome di chi?
Non è più un’ipotesi marginale: la Commissione europea parla apertamente di un “panorama di rischi sempre più complesso”, evocando Putin, la Russia, gli hacktivisti, il terrorismo informatico, le infrastrutture vulnerabili. Tutto vero, forse. Ma perché nessuno ne parla chiaramente ai cittadini?
Il grande scollamento: popoli disinformati, élite operative
C’è un abisso preoccupante tra ciò che si decide a Bruxelles e ciò che conoscono e pensano i cittadini europei. Mentre milioni di persone sono impegnate ogni giorno a tirare avanti tra bollette, sanità che non funziona e salari stagnanti, l’Unione pianifica scenari da guerra fredda, accumula riserve come in tempo di conflitto e stringe accordi strategici fuori dal dibattito pubblico.
Chi dovrebbe garantire un’informazione trasparente, i grandi media, è troppo occupato con polemiche quotidiane o serve da megafono al pensiero unico atlantista. E così la gente non sa, non capisce, o è semplicemente tenuta all’oscuro.
Di chi è la colpa?
Dei governi nazionali, che non informano adeguatamente i cittadini su cosa si decide a livello europeo.
Dei media, che non fanno il loro lavoro, abdicando al ruolo di cani da guardia del potere.
Della stessa Unione Europea, che decide senza consenso reale, spesso in una bolla tecnocratica che ignora completamente la volontà popolare.
Qual è la posta in gioco?
Non è solo una questione militare. La posta in gioco è la sovranità dei popoli europei, la trasparenza democratica, il diritto all’informazione. Quando si parla di “scorte di guerra”, di “kit per riparare i cavi energetici in caso di attacco”, di “preparazione militare nei prossimi quattro anni”, si sta delineando un cambiamento strutturale della società europea, che potrebbe portare:
A un’economia sempre più militarizzata.
A tagli sociali giustificati con la “necessità di difesa”.
A restrizioni delle libertà individuali in nome della sicurezza.
A una dipendenza crescente dalle industrie belliche e tecnologiche, con enormi profitti per pochi attori.
Chi ci guadagna?
Le industrie dell’energia e della difesa (che forniscono cavi, tecnologie, sistemi di sorveglianza).
Le aziende farmaceutiche che riforniranno i magazzini europei.
I grandi colossi minerari che traggono profitto dalle materie prime rare.
Gli Stati Uniti, che spingono l’UE ad aumentare il proprio impegno militare in chiave anti-russa, rafforzando la NATO e le vendite di armi.
Ma è uno scenario realistico?
Sì. Ecco perché:
L’Europa è fragile: energeticamente, economicamente e militarmente dipendente da alleanze esterne.
Le tensioni geopolitiche stanno salendo, e il conflitto in Ucraina è stato solo l’inizio.
La Russia continuerà a sfruttare ogni debolezza del fronte europeo.
E la NATO, che detta ormai la linea strategica dell’Occidente, ha bisogno di un’Europa mobilitata, non dialogante.
Nel breve termine vedremo:
Crescita degli investimenti in difesa nei bilanci nazionali.
Rafforzamento della retorica anti-russa e pro-NATO.
Normalizzazione dell’idea di “conflitto prossimo”.
Nel medio-lungo termine, se non ci sarà una reazione politica e popolare:
Rischio concreto di coinvolgimento diretto dell’Europa in un conflitto.
Trasformazione delle istituzioni europee in organismi di gestione della sicurezza più che della coesione sociale.
Quale via d’uscita?
Serve un risveglio civico e politico. Serve riprendere il controllo delle scelte che ci riguardano. Serve una nuova generazione di cittadini informati, capaci di distinguere la difesa necessaria dalla militarizzazione programmata, la sicurezza reale dalla manipolazione psicologica.
Serve, infine, un’Europa della pace, del popolo, del dialogo, della verità. Non un’Europa che si prepara alla guerra senza spiegare ai propri figli perché.
Michele Interrante – Redattore capo – IlPopolo.net
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