
Di Michele Interrante
L’arma non convenzionale di Teheran
Il governo iraniano non dispone soltanto di missili e centrifughe: la sua vera leva strategica è lo Stretto di Hormuz, quel corridoio largo appena 20 miglia attraverso cui transita circa il 20 % del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto. Se Teheran decidesse di bloccarlo, dirotti o anche solo di minacciare di farlo, il prezzo del barile potrebbe schizzare dal 30 al 50 % nel giro di pochi giorni, con effetti a cascata su carburanti, trasporti e bollette domestiche.

Perché la minaccia oggi è più concreta
Domenica 22 giugno il Parlamento iraniano ha votato una mozione per la chiusura dello stretto come risposta ai raid statunitensi su siti nucleari – una mossa che ora attende il via libera dei vertici militari. Nel frattempo le petroliere continuano a passare, ma gli operatori comprano petrolio “sulla notizia”: il Brent è balzato del 3,2 % in una sola seduta, segno di un nervosismo diffuso.
Chi pagherebbe il conto
Un’interruzione prolungata di Hormuz colpirebbe in primo luogo l’Asia, che importa dalla regione gran parte del proprio fabbisogno energetico, ma in realtà nessuno ne uscirebbe indenne. Secondo gli analisti, un barile oltre i 100 $ riaccenderebbe l’inflazione globale proprio mentre le principali banche centrali tentano di normalizzare i tassi di interesse. Le famiglie europee si troverebbero benzina e gasolio alle stelle, le PMI italiane vedrebbero lievitare i costi logistici e la fragile ripresa post-pandemia rischierebbe di frenare di colpo.
Una pistola puntata anche contro l’Iran
Paradossalmente, chiudere Hormuz sarebbe un autogol per Teheran: circa il 70 % delle sue esportazioni legali e clandestine di greggio passa da lì, dirette soprattutto in Cina. Ma la leadership iraniana sa che basta agitare la minaccia per ottenere visibilità diplomatica, come fosse un “bottone rosso” da esibire al tavolo dei negoziati sul nucleare e sulle sanzioni.
Cosa può (e deve) fare la comunità internazionale
1. Diplomazia preventiva. Europa, USA e potenze asiatiche hanno tutto l’interesse a evitare la militarizzazione dello stretto. Serve un “back-channel” costante con Teheran, capace di offrire de-escalation a fronte di impegni verificabili.
2. Vie alternative. Investire su oleodotti terrestri in Arabia Saudita ed Emirati che bypassino Hormuz riduce il potere di veto iraniano, pur senza annullarlo.
3. Transizione energetica. Ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale è l’unico antidoto strutturale. Significa rinnovabili, efficienza e diversificazione dei fornitori, non slogan vuoti.
Un appello ai valori universali
Usare l’energia come arma significa colpire le persone prima ancora degli Stati: anziani che non possono scaldarsi, lavoratori pendolari che non arrivano a fine mese, piccole imprese costrette a chiudere. È qui che l’umanesimo politico deve farsi sentire: difendere il diritto universale a una vita dignitosa, promuovere il dialogo e disinnescare, con la ragione e la cooperazione, una bomba che non possiamo permetterci di far esplodere.

