
by Michele Interrante
Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al nuovo Decreto Flussi per il triennio 2026-2028, autorizzando l’ingresso in Italia di 500.000 lavoratori stranieri. Una cifra in aumento rispetto al triennio precedente (2023-2025), che si era fermato a 450.000. Le quote saranno distribuite così: 164.850 nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028. Si tratta di lavoratori stagionali, non stagionali, colf e badanti.
Secondo la nota ufficiale del Governo, l’obiettivo è quello di “consentire l’ingresso in Italia di manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”.
Ma cosa significa davvero questa frase? Cosa ci stanno dicendo — e soprattutto, cosa stanno evitando di dirci?
Una manodopera “indispensabile”: ma per chi? E in che condizioni?
Il Governo non chiarisce quali settori abbiano effettivamente bisogno di questa manodopera. Si cita genericamente il comparto agricolo e turistico, ma non si indicano le aree geografiche interessate, i numeri per regione, né come si garantirà una dignitosa accoglienza abitativa per queste persone. Viene ignorato il nodo abitativo, già esplosivo in molte città italiane. Dove dormiranno? In quali condizioni? Chi se ne occuperà?
Viene data per scontata l’idea che questa forza lavoro sia “altrimenti non reperibile” in Italia, ma perché non lo è? Cosa rende certi lavori tanto poco attrattivi per i lavoratori italiani da spingere il Governo a cercare 500mila persone all’estero?
La risposta sta nei fatti: sfruttamento, bassi salari, mancanza di diritti e sicurezza. Le condizioni offerte in settori come l’agricoltura o il lavoro domestico non sono compatibili con una vita dignitosa, e non è la mancanza di forza lavoro italiana, ma la mancanza di condizioni eque, a rendere necessario il ricorso a manodopera straniera.
Il decreto non parla dei diritti, ma solo delle quote
Non basta parlare di “canali legali” e di “lotta al lavoro sommerso” se non si affrontano le condizioni di vita e lavoro che aspettano questi 500mila lavoratori. I decreti flussi degli anni passati hanno già mostrato i limiti di un sistema lento, burocratico, non trasparente, dove molti migranti restano per mesi senza documenti o senza reale possibilità di lavorare.
Non si parla di come saranno regolarizzati, di chi garantirà loro un contratto vero, né di quali strumenti di tutela verranno attivati. Eppure sappiamo che le cronache sono piene di casi di caporalato, abusi, e violazioni sistematiche dei diritti umani nei confronti dei lavoratori stranieri.
“Click day” e caos burocratico: cambierà davvero qualcosa?
Il Governo annuncia la volontà di superare gradualmente il meccanismo del “click day”, considerato da anni una lotteria informatica più che uno strumento di selezione trasparente. Ma anche qui, non c’è un piano concreto, solo una vaga prospettiva.
Si promette di incentivare gli “ingressi fuori quota” per i profili professionali più richiesti, ma non viene spiegato come né quando, né quali siano questi profili. Ancora una volta, si annuncia una riforma senza definire il contenuto reale del cambiamento.
Una strategia disumanizzante? Il lavoro visto come merce
Il vero problema resta sullo sfondo: la concezione della persona non come essere umano portatore di diritti, ma come forza lavoro da impiegare. Il decreto parla di “ingressi”, di “quote”, di “fabbisogni”, come se si trattasse di container. Nessun accenno all’integrazione, al futuro, alla costruzione di comunità.
I migranti vengono evocati solo come strumenti economici, non come persone. Questo è il punto più grave: la totale assenza di una visione umana, che tenga conto della dignità del lavoro e dei diritti di chi arriva nel nostro Paese per contribuire al suo sviluppo.
Conclusione: serve un’altra visione, fondata sull’etica del lavoro e sulla dignità
Se davvero mancano braccia per certi settori, la soluzione non può essere solo cercarle altrove. Va prima sanato il sistema, garantendo stipendi adeguati, contratti regolari, tutela sanitaria, sicurezza. Solo così si potrà parlare di programmazione seria.
In caso contrario, continueremo ad alimentare un modello ingiusto e disumano, che sfrutta le fragilità sociali — italiane o straniere che siano — e che tratta il lavoro come una merce, anziché come il fondamento della dignità umana.
Perché una politica davvero umanista e cristiana non può ignorare le condizioni di chi lavora.
Nemmeno se arriva da lontano.
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