
di Michele Interrante
Non è bastata la buona volontà dei promotori. Non sono bastati i temi – centrali e cruciali – come il diritto al lavoro e la cittadinanza. Non è bastata nemmeno la Toscana, tradizionalmente terra di partecipazione e coscienza civica. I referendum non raggiungono il quorum.
Quando la democrazia diretta fallisce non per contenuto, ma per indifferenza o sfiducia, qualcosa non torna. Anzi, qualcosa si è rotto da tempo.
L’affluenza: un dato che parla da solo
Secondo i dati diffusi a chiusura dei seggi, la partecipazione si è fermata a un modesto 30,5% a livello nazionale. Un dato che rende tecnicamente inutile lo scrutinio: anche se vincesse il Sì (come prevedibile), il risultato non produrrà effetti.
La Toscana si conferma la regione con la partecipazione più alta, ma nessuna provincia supera il 50%. A Firenze si arriva al 46,01%, Livorno al 40,75%, Pisa al 40,46%, Siena al 40,36%.
Il punto più basso si tocca a Sestino, in provincia di Arezzo, dove ha votato solo il 21,5% degli aventi diritto.
Solo in quattro comuni toscani si raggiunge e supera il quorum: Sesto Fiorentino (53%), Radicondoli (52%), Pontassieve e Monterotondo Marittimo (entrambi oltre il 51%).
Cosa non ha funzionato?
I referendum erano stati promossi dalla CGIL (sui temi del lavoro) e da +Europa (sulla cittadinanza). Eppure, la mobilitazione non ha scaldato i cuori né riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica. Nessun vero dibattito nazionale. Nessun confronto incisivo.
Soprattutto, una disaffezione crescente verso una politica che spesso sembra più interessata alle geometrie di potere che alle scelte concrete dei cittadini.
Il problema non è il quorum. È la distanza.
Quando sette italiani su dieci decidono di non recarsi alle urne, non stanno semplicemente “disertando un voto”. Stanno mandando un messaggio. Gridato nel silenzio.
È la distanza fra istituzioni e popolo che si fa voragine. È la convinzione, sempre più diffusa, che “tanto non cambia nulla”.
E se questa è la percezione generale, allora serve un cambio di rotta. Non di norme, ma di fiducia. Non di modelli, ma di spirito civico.
Il non voto non è assenza. È dissenso.
Troppo spesso chi non vota viene liquidato come apatico, disinteressato, fuori dal gioco democratico. Ma è una semplificazione che non regge più.
Oggi il non voto è una forma di dissenso, un gesto consapevole di rifiuto verso una politica che non rappresenta più il sentire della maggioranza, ma solo la volontà organizzata di minoranze autoreferenziali.
Non votare, in molti casi, è una scelta ragionata, una forma di protesta silenziosa ma netta. È un modo per dire: “Non credo più in questa rappresentazione. Non mi riconosco in nessuno di questi attori”.
Ed è giunto il tempo di ascoltare questo silenzio e prendere sul serio questa diserzione attiva, che denuncia un distacco drammatico fra popolo e istituzioni.
Una democrazia vera è fatta di partecipazione – anche critica
Non ci consola sapere che la Toscana “ha fatto meglio” delle altre regioni. Il dato resta preoccupante. Se una regione da sempre sensibile ai diritti, alla giustizia sociale, al dialogo civile, si ferma sotto il 50%, allora vuol dire che la frattura è culturale e morale, prima ancora che politica.
Come popolo, abbiamo il dovere di ricostruire fiducia. Come forze politiche, abbiamo il compito di ascoltare, parlare chiaro, restituire senso alla partecipazione.
Senza questo, nessun referendum, nessuna legge, nessuna riforma potrà ridare vita a una democrazia autentica. Perché la democrazia vive solo se la coscienza collettiva la tiene in piedi. E oggi quella coscienza appare stanca, disillusa, spesso abbandonata.


