Di Gallina donato
I neolaureati italiani entrano nel mondo del lavoro con uno stipendio medio lordo di 32mila euro l’anno. Un punto di partenza che, nel confronto europeo, colloca l’Italia negli ultimi posto nel confronto con i paesi europei e riaccende il dibattito del mercato del lavoro nazionale.
Secondo la società Mercer, che ha analizzato 735 aziende attive in Italia attraverso la Total Remuneration Survey, tra il 2022 e il 2025 le retribuzioni d’ingresso sono passate da 30mila a 32mila euro lordi annui. Un incremento del 7% in tre anni, considerato però troppo contenuto se rapportato al contesto europeo e all’aumento del costo della vita. Il confronto con i principali partner dell’Unione è impietoso. In Germania, un neolaureato può partire da oltre 57mila euro lordi annui; in Austria la cifra sfiora i 57mila euro, mentre nei Paesi Bassi si attesta attorno ai 47.500 euro. Anche Francia e Regno Unito superano nettamente i livelli italiani, consolidando un divario salariale che rischia di alimentare ulteriormente il fenomeno della “fuga dei cervelli”.
Solo Spagna e Polonia restano sotto la soglia italiana, ma mostrano dinamiche di crescita più vivaci, con incrementi percentuali più sostenuti negli ultimi anni. Un segnale che, se confermato, potrebbe ridurre rapidamente il vantaggio relativo dell’Italia anche rispetto a questi Paesi.
Il nodo non è soltanto la cifra in sé, ma il potere d’acquisto reale e le prospettive di carriera. Se l’aumento nominale del 7% appare positivo, l’inflazione registrata nello stesso periodo ha eroso parte del guadagno effettivo. Inoltre, le opportunità di progressione salariale nei primi anni di carriera restano spesso limitate, soprattutto nelle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano. Le imprese, dal canto loro, sottolineano le difficoltà legate al contesto economico e alla pressione fiscale, che incidono sul costo complessivo del lavoro. Ma per i giovani laureati il confronto resta diretto e immediato: a parità di competenze, varcare i confini nazionali può significare ottenere uno stipendio quasi doppio fin dal primo contratto. Il rischio, secondo gli analisti, è che la lentezza nella crescita delle retribuzioni d’ingresso comprometta l’attrattività del Paese per i talenti, sia italiani sia stranieri. Un tema che si intreccia con la produttività, l’innovazione e la capacità del sistema economico di trattenere capitale umano qualificato.
In un’Europa dove la mobilità professionale è sempre più semplice, il divario salariale non è soltanto una statistica: è una scelta concreta che ogni anno migliaia di giovani si trovano a fare.
G. D.
