Di Gallina Donato
Galkayo (Somalia) — L’esecuzione di Hodan Mohamud Diiriye, avvenuta il 3 febbraio scorso
nella città contesa di Galkayo, riporta al centro del dibattito internazionale il funzionamento del
sistema giudiziario nel territorio federale del Puntland e, più in generale, il delicato equilibrio tra
diritto islamico, consuetudini claniche e norme statali in Somalia. La donna era stata condannata
per l’omicidio della quattordicenne Saabirin Saylaan Abdille, morta nel novembre scorso dopo
ripetuti abusi mentre lavorava come collaboratrice domestica. La sentenza capitale è stata eseguita
per fucilazione, secondo le procedure previste dalle autorità locali.
Al centro del caso vi è l’applicazione del principio islamico del qisas, che prevede una forma di
giustizia retributiva nei casi di omicidio o lesioni gravi. In base a questo istituto, la famiglia della
vittima può scegliere tra:
chiedere l’esecuzione della pena capitale;
concedere il perdono in cambio di un risarcimento economico (diya);
rinunciare a entrambe le opzioni.
Nel caso Mohamud, la famiglia della giovane vittima avrebbe rifiutato il risarcimento, optando per
l’esecuzione. Questo elemento è cruciale: nel sistema giuridico somalo — specialmente nelle
regioni semi-autonome come il Puntland — il consenso della famiglia della vittima assume un peso
determinante.
La Somalia presenta una struttura giuridica complessa e stratificata:
1. Diritto statale (codici penali ereditati dall’epoca coloniale e riformati nel tempo);
2. Sharia (diritto islamico), applicato in ambito penale e familiare;
3. Xeer, diritto consuetudinario clanico, che regola risarcimenti e mediazioni tra famiglie.
Nel Puntland, proclamatosi stato autonomo nel 1998 pur restando formalmente parte della Somalia
federale, questi tre livelli coesistono. La magistratura locale integra norme scritte e principi
religiosi, in un contesto dove l’autorità dello Stato centrale resta debole.
Il caso ha acceso i riflettori su una realtà spesso invisibile: il lavoro domestico minorile. In Somalia,
dove instabilità economica e conflitti armati persistono da decenni, molte famiglie affidano le figlie
adolescenti a nuclei più abbienti in cambio di un salario o di sostegno economico.
Organizzazioni locali per i diritti umani denunciano da tempo episodi di maltrattamenti e
sfruttamento. Tuttavia, la mancanza di un sistema di protezione sociale strutturato rende difficile
monitorare e prevenire gli abusi. La morte di Saabirin Saylaan Abdille ha provocato proteste a
Galkayo e richieste di riforme più incisive.
Le critiche internazionali
Sul piano internazionale, la Somalia è tra i Paesi che mantengono la pena di morte nella
legislazione. Organizzazioni abolizioniste e agenzie per i diritti umani contestano: la mancanza di
garanzie processuali pienamente conformi agli standard internazionali, l’uso della pena capitale in
un sistema giudiziario influenzato da pressioni claniche,l’assenza di alternative penali strutturate.
Le autorità del Puntland, dal canto loro, difendono l’esecuzione come applicazione legittima della
legge islamica e come risposta alla domanda di giustizia proveniente dalla comunità locale.
L’esecuzione di Hodan Mohamud non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria.
In un Paese ancora segnato da fragilità istituzionale e divisioni territoriali, il caso di Galkayo
evidenzia quanto il tema della giustizia penale resti uno dei terreni più sensibili nel percorso di
stabilizzazione della Somalia.
G.D.
