Dalla fede viva dei giovani un impegno concreto per costruire una società più giusta e solidale.

di Camarri Cesare.
Il Giubileo dei Giovani ha rappresentato un’epifania di speranza, una manifestazione corale della fede che ancora anima il cuore delle nuove generazioni. Ma non si tratta solo di un entusiasmo passeggero. Ciò che si è visto in questi giorni – volti luminosi, mani alzate, cuori uniti – è il segno visibile di una generazione che, pur immersa nelle complessità del presente, è capace di desiderare un mondo diverso. Un mondo più giusto, più umano, più fraterno.
La voce dei giovani che hanno gridato: “Questa è la gioventù del Papa!” non è stata un’esaltazione sterile. È stata una dichiarazione di responsabilità. È come se avessero detto: “Siamo qui, ci siamo, vogliamo esserci. Vogliamo fare la nostra parte”. E allora, la domanda che sorge è: qual è questa parte? Qual è il posto che i giovani – e tutti noi, credenti e cittadini – siamo chiamati ad occupare nella società, nella storia, nel presente?
La Dottrina Sociale della Chiesa ci dà una risposta chiara. Non ci chiede di estraniarci dal mondo, ma di entrarvi con coscienza, discernimento e coraggio. Ci chiede di servire il bene comune. Di assumere la missione politica come forma alta di carità, come ha insegnato san Paolo VI. E allora, il Giubileo non può finire nei cori e nei selfie, ma deve tradursi in scelte, in percorsi, in testimonianze concrete.
Oggi c’è urgente bisogno di giovani – e di adulti con cuore giovane – che si formino all’impegno sociale, che si lascino educare ai principi cristiani: la dignità della persona, il primato del bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà, la giustizia, la pace, la cura del creato. C’è bisogno di uomini e donne che scelgano di entrare nei luoghi della politica, dell’economia, dell’informazione, non per dominare, ma per servire. Non per affermarsi, ma per costruire insieme. Non per piegare la realtà ai propri interessi, ma per orientarla al Vangelo.
La politica, oggi spesso screditata, ha bisogno di essere redenta. E questo può avvenire solo se uomini e donne di fede, preparati, liberi e coerenti, vi si impegnano con umiltà e passione. È questa la sfida che il Giubileo ci affida: trasformare la spiritualità vissuta in missione pubblica. Fare della speranza una decisione. Fare del pellegrinaggio una direzione stabile. Fare della preghiera una spinta all’azione.
Il bene comune non è un’utopia. È il volto concreto della giustizia in una società pluralista. È la condizione per cui ognuno possa realizzarsi, vivere in pace, partecipare. Ed è compito nostro, come cittadini e come cristiani, proteggerlo, promuoverlo, rinnovarlo. Come ha detto il Papa ai giovani: “Siate costruttori di ponti, non spettatori della storia. La Chiesa ha bisogno di voi. Il mondo ha bisogno di voi.”
E allora, da questo Giubileo possiamo ripartire. Non come da un evento finito, ma come da una chiamata ricevuta. Una chiamata che ci ricorda che non siamo cristiani per stare alla finestra, ma per camminare nella città degli uomini con il cuore del Vangelo. E con la forza mite della Dottrina Sociale della Chiesa, che ci insegna che ogni persona, ogni comunità, ogni istituzione, può diventare luogo di giustizia, di fraternità, di bene comune.
È tempo di alzarci. È tempo di servire.
Prof. Camarri Cesare.
Presidente Associazione Etica e Valori Cristiani.
FIDES SPES CARITAS


