
Nella stagione dei riposizionamenti e delle scelte coraggiose, Mauro Conti rompe il silenzio dopo le dimissioni dalla Democrazia Cristiana guidata da Angelo Sandri. Lo fa con un linguaggio franco ma misurato, nello stile di chi crede che la buona politica abbia radici profonde: rispetto della persona, responsabilità, concretezza. Le sue parole non cercano vendetta, bensì discontinuità; non celebrano macerie, bensì invocano ricostruzione. Ecco l’intervista, seguita da qualche riflessione critica sugli snodi che attendono il centro moderato in Toscana.
L’intervista
RT – Le sue dimissioni arrivano dopo la dichiarazione di decadenza da parte del Segretario Angelo Sandri. Cosa è realmente accaduto?
MC – «Rivendico il lavoro svolto con serietà e trasparenza. Purtroppo, alcuni personalismi hanno indebolito la nostra comunità fino a spingerla sull’orlo della frattura. Non punto il dito contro nessuno: quando sarà il momento chiarirò i fatti. Intanto auguro buon lavoro a tutti; la Toscana merita ricostruzione, non macerie».
RT – Che giudizio dà oggi della DC guidata da Sandri?
MC – «Fatico a riconoscere nello schema attuale lo spirito originario della Democrazia Cristiana. Di quel progetto, purtroppo, rimane poco più che il nome; mancano la visione, l’apertura e la capacità di fare sintesi».
RT – L’incontro di Grosseto sul tema dell’etica in politica, con l’intervento dell’on. Lorenzo Terrana, l’ha spinta verso l’UDC. Perché?
MC – «Dopo aver lasciato ogni incarico nella DC, il confronto del 6 maggio a Roma con l’on. Terrana e il successivo evento a Grosseto mi hanno mostrato una strada nuova: un progetto UDC in Toscana radicato nei territori, aperto al dialogo e capace di tradurre i valori umanistici in azioni concrete. Ho deciso di mettermi al servizio di questa prospettiva».
Analisi e contesto
1. La questione dei personalismi
La politica italiana, specie nell’area centrista, soffre di leadership deboli e frammentate. Conti individua il nocciolo del problema: quando l’“io” precede il “noi”, l’organizzazione implode. Il richiamo alla ricostruzione suona come un invito a superare vane lotte di potere.
2. La crisi d’identità della “vecchia” DC
Il riferimento alla “visione che manca” non è solo una stoccata a Sandri: è la fotografia di un partito che, fuori dai riflettori nazionali, fatica a definire un’agenda distintiva su welfare, lavoro, famiglia e territorio. Chi ha a cuore quelle battaglie chiede un orizzonte riconoscibile, non un brand sbiadito.
3. L’UDC come nuova casa comune?
La scelta di Conti non è priva di rischi. L’Unione di Centro, pur vantando struttura e storia, deve dimostrare di saper parlare ai giovani, alle imprese e al civismo attivo. Se userà l’esperienza di Conti per aprire porte anziché chiuderle, potrà essere un laboratorio di rigenerazione moderata.
4. Etica in politica e valori umanisti
L’etica non è ornamento morale, ma bussola operativa: trasparenza nella gestione delle risorse, centralità della persona, lotta al clientelismo. L’appello di Conti si inserisce in una stagione di sfiducia diffusa: offrire coerenza tra parole e atti è oggi la prima forma di leadership.
Le dimissioni di Mauro Conti non sono l’ennesimo addio per risentimento, ma un punto di ripartenza. I moderati toscani hanno ora l’occasione di abbandonare logiche autoreferenziali e di costruire un fronte civico-umanista che metta al centro le sfide reali: protezione sociale, sviluppo sostenibile, legalità, coesione territoriale. Se queste parole diventeranno fatti, la Toscana potrà voltare pagina. In caso contrario, avremo solo “buone macerie” da contemplare.
