
di Michele Interrante
Stamattina, alle 8.30, è suonata la campanella per oltre 500mila studenti italiani – più di 30mila solo nella nostra regione – chiamati ad affrontare la prima prova scritta dell’esame di Maturità: il tema di italiano. È una tappa che ogni generazione vive con la propria dose di emozione, ansia, attese, ma anche, talvolta, con la sensazione di essere messi alla prova da una scuola che guarda più al passato che al presente.
Eppure, quest’anno, le sette tracce proposte dal Ministero dell’Istruzione, suddivise in analisi del testo, riflessione argomentativa e tema d’attualità, sembrano aver colto – almeno in parte – una sfida che la scuola italiana troppe volte rinvia: quella di far pensare, non solo scrivere.
Pasolini e Lampedusa: leggere il passato per interrogare il presente
Due grandi autori aprono la sezione A: Pier Paolo Pasolini, con un testo tratto dal suo diario (1943-1944), e Giuseppe Tomasi di Lampedusa con “Il Gattopardo”. Due visioni diversissime della storia e del cambiamento, ma entrambe ancora vive. Pasolini, con la sua cruda lucidità poetica, parla direttamente alla coscienza dei giovani. Lampedusa, attraverso la decadenza del mondo aristocratico, lancia un messaggio ambiguo e attuale: “tutto deve cambiare perché tutto resti com’è”. Non è forse questa l’Italia che ancora oggi molti studenti vivono e subiscono?
Rispetto, memoria e crisi della cultura
Tra i testi argomentativi spiccano due parole chiave: rispetto e cambiamento. Riccardo Maccioni, partendo dalla scelta di “rispetto” come parola dell’anno per la Treccani, spinge a riflettere su un valore che sembra svanito nella nebbia dei social e nella disattenzione adulta verso i giovani.
Il biologo Telmo Pievani, invece, affronta il tema dei grandi cambiamenti culturali nell’epoca della visibilità digitale, mentre lo storico Piers Brendon riporta lo sguardo agli anni Trenta, un decennio oscuro che – con inquietante attualità – parla di derive autoritarie, crisi economiche e fragilità democratiche.
Borsellino: i giovani sono speranza, ma non da soli
Il tema che ha suscitato il maggior impatto emotivo è sicuramente quello basato su un testo di Paolo Borsellino, “I giovani, la mia speranza”. Un messaggio che non ha bisogno di retorica: il magistrato assassinato dalla mafia con parole semplici e potenti affida alla nuova generazione un compito di verità e impegno. Ma è una speranza che chiede di essere accompagnata, non lasciata sola.
Perché è troppo comodo per noi adulti lanciare ai giovani belle parole sulla giustizia, la libertà, la legalità, e poi abbandonarli in una realtà dove spesso le promesse si dissolvono in precariato, sfiducia, disuguaglianza, degrado scolastico e culturale.
Un esame che va oltre la scuola
Queste tracce ci interrogano. Più che un semplice esercizio scolastico, la prima prova della Maturità 2025 sembra essere – almeno in parte – un piccolo manifesto civile. Chiede agli studenti non solo di dimostrare competenze, ma di esprimere un pensiero critico, una voce.
Ed è questo che la scuola dovrebbe fare sempre: non solo insegnare a rispondere, ma insegnare a domandare. Non addestrare alla correttezza formale, ma formare alla libertà interiore.
La vera maturità non si esaurisce in sei ore
Se da un lato possiamo apprezzare la qualità delle tracce proposte, dall’altro rimane aperta la domanda su quanto il sistema scolastico – e la società intera – sia disposto ad ascoltare ciò che questi ragazzi hanno da dire.
La vera maturità non si gioca in sei ore di scrittura, ma nella possibilità di costruire un mondo in cui i giovani non siano solo valutati, ma anche coinvolti. Non solo giudicati, ma anche accolti.
Forse, allora, questo esame è un’occasione. Ma solo se, a leggerne le tracce, non sono solo gli studenti.


